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Che cosa c'è dietro a un nome? Quando leggevo "Bemberg" non
mi veniva in mente solo un marchio, celebrato dalla pubblicità, ma
una trama dell'infanzia, quella del piccolo Nemecsek, eroe
sfortunato de
"I ragazzi della via Paal"
Ricordate? Il bambino del sarto, che
delira nella febbre, mentre il padre non può assisterlo, perché
deve consegnare il vestito a un esigente e intollerante signore.
E vedevo una scena da illustrazione
popolare: un uomo chino, che cuce la fodera luccicante di un frack,
sotto la luce smorta di una lampadina, e spezza coi denti il refe
che si allunga verso terra. Ha gli occhi appannati di fatica e di
pianto.
Forse la mia immaginazione è
orientata al patetico: ma non evocavano una serena felicità i
vecchietti che brindavano con la tazza di cioccolata, e sorridevano
dalle scatole del cacao, e non trasudava una concreta letizia
l'opulenta matrona che esaltava, con un abbraccio, il panettone in
un memorabile bozzetto di Boccasile?
Secondo me, i meriti di J.P. Bemberg
(quel J. sta per Johann, P, per Peter) sono celebrati, più che dai
manuali della chimica, o dai compendi di storia dell'industria, dai
disegni di René Gruau, che per alcuni decenni, coi cartelloni, i dépliant,
i disegni di moda, le copertine, ha tracciato non solo l'evolversi e
l'affermarsi di una grande impresa, ma anche i cambiamenti del
gusto.
Una lunga vicenda che si
dipana, come quella di Arianna, o quella di Penelope, attorno a un
filo: nato dal coraggio e dalle idee di Herr Bemberg, mercante di
vini, che un secolo fa pensò che la gente della terra cresceva, e
bisognava vestirla. E occorrevano nuovi tessuti che fossero, si
diceva, "belli come la seta", e costassero meno, e
resistessero dignitosamente
al tempo e all'uso.
E utilizzò una trascurata peluria del cotone che con ammoniaca,
rame ed acqua
purissima, con la magia delle provette, poteva diventare una nuova
fibra: e Gruau, questo artista francese partito da Rimini verso la
gloria di Parigi, i manifesti del Lido» e le riviste prestigiose, ha raccontato con la sua matita
incantata le infinite possibilità di quel filato.
Poi nasce il nylon, e Bemberg diventa anche Ortalion, quando
reclamizza le calze e la biancheria intima di longilinee, morbide
maliziose signore: ricorda il piccolo e romantico lago dove sorge la
fabbrica, che non è stato cantato da Catullo, o descritto dal
Manzoni o dal Fogazzaro, e non ha nel blasone versi o fotogrammi
cinematografici, ma vanta acque considerate «le più pure di quante
siano conosciute in Italia».
E questa è una benemerenza
del buon Dio, ma è merito anche degli uomini se lo stabilimento
Bemberg le usa e le restituisce limpide alle sponde verdi e ai
borghi silenziosi che vi si specchiano.
È
un lembo del vecchio Piemonte, muri di sasso, paesini, cappelle,
anfratti che evocano leggende di draghi e di mostri, e santuari
miracolosi, e poi sentieri che si insinuano tra boschi e prati, e
sagrati segnalati dai rintocchi delle campane, che si possono
raggiungere
con le barche spinte dalle vele o dai remi.
Gruau, quello di "Harper's Bazaar'' e di "Vogue", con le
sue
tavole dallo stile inconfondibile, la stravaganza delle linee e
l'esaltazione del colore, con le sue «vertiginose sintesi grafiche»,
come scrive il critico Grllo Dorfles, ha raccontato dunque al lungo
cammino del "filo cupro
Bemberg", che partendo da un seme, si trasforma in velluti,
damaschi, rasi di tutte le tinte, che da Gozzano in provincia di
Novara partono per il mondo, e diventano ombrelli e impermeabili,
divani e poltrone. I gatti neri e i cagnetti bianchi si sdraiano su
sgargianti tessuti dalle imprevedibili trame.
È dal 1926 che si ripete
questo viaggio di tonnellate di matasse e bobine (il numero è
incalcolabile) che poi i tessitori trasformano.
E’
il primo dopoguerra. Tutto cambia, e si va verso un avvenire
sconosciuto. C'è in giro molto fervore, e una gran voglia di
vivere. L'elettricità ha vanto sul gas. Spariscono quasi del tutto
il cavallo, il
baciamano, il corsetto, la manica a sbuffo, al turbante con l'aigrette,
e se ne vanno parecchi sovrani: in Russia, in
Germania, in Austria.
Dice il pittore Léger: «Noi viviamo
un'epoca pericolosa e magnifica, nella quale si intrecciano
disperatamente la fine di un mondo e la nascita di un altro».
Cominciano con le calze per donna, che hanno ispirato pagine e
desideri, come accessori indispensabili del fascino. Scrive un poeta
di quella stagione, che è quella del tango, del fox-trot, del
ragtime, quella degli "anni folli":
Mi piaccion le calze
di seta le calze di seta son belle.
Ti fanno sognare la meta
ti fanno vedere la pelle
Son belle le calze di seta.
Resistenti ed economiche, sconfissero il filo
del baco, ma poi dovettero cedere al nylon. Entrarono allora in gioco le
fodere, che non accumulavano cariche elettriche, permettendo al
corpo di traspirare, e affrontavano impavide il ferro da stiro.
Ritorna così la bottega del sarto,
poi l'atelier dello stilista, e la fabbrica di confezioni. Tanti
giorni sono passati da quando nella via Paal c'era una segheria, e
squadre di studentelli giocavano alla guerra spingendosi fino
all'Orto botanico. Poi nelle strade di Budapest si sono viste altre
battaglie.
La sigla G., sormontata da una stellina, che compare nelle tavole e
negli schizzi che illustrano in qualche modo le vicende della
Bemberg, vuol dire dunque Gruau: e le sue signore dalle lunghe gambe
che spuntano da sipari sfolgoranti, hanno percorso tanta strada: le seguono mille operai;
e nei bilanci quella camminata che inizia sulle sponde del lago
d'Orta, è segnata con una cifra di tanti miliardi.
Enzo
Biagi
Tratta
dal libro "Bemberg dal 1925....."
Arti grafiche Amilcare Pizzi S.p.A.
Finito di stampare nel novembre 1991
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